Scansano

La storia medievale di Scansano non differisce da quella degli altri castelli della Maremma.

Nominato per la prima volta nel XII secolo, la sua origine è probabilmente di almeno un secolo più antica. Nel ’200 era fra i territori assegnati agli Aldobrandeschi del ramo di Santa Fiora. Questi ne detennero il possesso, con alterne vicende, fino alla metà del XV secolo, anche se l’atto di sottomissione a Siena è di un secolo circa precedente. È invece a partire dal ’500 che si può registrare uno sviluppo demografico e urbanistico che nessuno dei castelli circostanti toccherà mai. All’agricoltura e alle attività minerarie si affiancava il richiamo del clima, dell’aria buona, che costituiva una grande attrattiva per gli abitanti della costa, nella stagione calda.
Questa consuetudine ebbe un riconoscimento ufficiale all’inizio dell’800, quando Leopoldo II istituì ufficialmente l’estatatura, cioè il trasferimento di tutti gli uffici pubblici da Grosseto, posta nella pestilenziale piana paludosa e malarica, a Scansano. Il XIX secolo vide una notevole crescita del centro, testimoniata fra l’altro dall’edificazione del Teatro Castagnoli (inaugurato nel 1892) che ebbe notevole rinomanza.
L’estatatura fu abolita nel 1897.

Da piazza Garibaldi si entra nel centro storico attraverso una porta cinquecentesca che sostituisce probabilmente una struttura medievale con fossato antistante. All’interno, sulla via Vittorio Emanuele II si affacciano edifici cinquecenteschi, fra i quali si segnala un palazzo gentilizio (nn. 36-38) con lo stemma di famiglia sulla facciata. Un vicolo a destra, porta all’antico Ospedale per i pellegrini. Proseguendo si incontra la piazza Ferrucci a monte della quale era un cassero in parte distrutto in antico in parte inglobato in strutture successive. In fondo a via Vittorio Emanuele II, a destra, si trova la chiesa di San Giovanni Battista, citata per la prima volta in un documento del XII secolo ma ristrutturata completamente nel XVII e nel XVIII secolo, tanto da conservare ben poco dell’impostazione originaria.

All’esterno la chiesa conserva un portale quattrocentesco di pietra locale; all’interno, completamente risistemato nel XVIII secolo, sono conservate quattro tele del XVII secolo: altari a sinistra entrando sono collocati una Madonna con Bambino e Sant’Anna di scuola senese e Il martirio di San Sebastiano di Stefano Volpi (notizie: Siena 1606-1642); sull’altare del transetto sinistro è al cosiddetta Madonna del soccorso che riproduce, secondo un’iconografia che risale al ’300, al Madonna che accoglie i fedeli sotto il suo mantello; nella cappella del Rosario è una Madonna con Bambino e santi di scuola senese. Una copia sostituisce, sull’altare del transetto destro, una terracotta (fine XV secolo) attribuita ad Andrea Della Robbia, rubata in passato. Da ultimo si segnala una statua lignea policroma di eccellente qualità che rappresenta la Vergine Annunciata nota localmente come Madonna di Mezz’agosto (scuola senese, XV secolo).

Procedendo lungo il lato della chiesa un arco conduce fuori dalle mura, con una torre circolare e il retro della chiesa inseriti nel circuito difensivo. Tornando indietro, a sinistra si apre via Romita, lungo la quale sono riconoscibili edifici dalle robuste murature medievali con base a scarpa, e di fronte la piazza del Pretorio con a destra l’omonimo Palazzo. Il quattrocentesco edificio, sede degli uffici pubblici grossetani durante l’estatatura, ospita attualmente il nuovo polo museale di Scansano. Il Palazzo, costruito nel ’400, non ha quasi subito alterazioni nei secoli successivi. Ha forme semplici e squadrate sottolineate dalle cornici in pietra serena.
All’esterno del centro storico, sulla strada per Manciano è la chiesa della Madonna delle Grazie, detta anche della Botte.
Le prime notizie della chiesa risalgono al Seicento, ma l’edificio attuale è del 1867. l’immagine di culto, della metà del XVI secolo, deve il nome di Madonna delle Botte a una leggenda secondo la quale il quadro sarebbe stato ritrovato in una botte miracolosamente rotolata fino al punto dove poi fu eretta la chiesa.

Uscendo da Scansano si incontra il convento del Petreto, raggiungibile seguendo una strada secondaria a sinistra, immediatamente prima del bivio per Manciano e Roccalbegna. Il complesso di edifici, nel suo aspetto attuale, è riferibile all’inizio del ’500 ma potrebbe essere stato fondato in epoca antica; il convento fu oggetto di varie ristrutturazioni fra XVII e XVIII secolo.

È noto, ma non localizzato, un castello medievale dallo stesso nome citato in documenti del ’200 e del ’300. Mancano però prove che permettano di localizzare tale castello nello stesso luogo del convento. Secondo una notizia, un convento più antico, dedicato a San Pietro, all’inizio del XIV secolo avrebbe ospitato un gruppo di fati eretici seguaci di Fra Dolcino. Dolciniani sono segnalati analogamente anche nei conventi di Monte di Muro di Scarlino, della Nave di Montorsaio e di San Giovanni di Gavorrano. La frammentarietà di queste notizie non permetterà però di identificare con certezza San Pietro con il Petreto. Il convento non è aperto al pubblico. Si può visitare solo la chiesa, rivolgendosi al parroco di Scansano.

Ghiaccio Forte
DA Scansano si procede in direzione Manciano-Terme di Saturnia (S.S. 332) per circa 8 km, poi si prosegue a destra in direzione Aquilaia-Ghiaccio Forte per poco meno di 3 km; si continua lungo la strada bianca (1,5 km). Sulla destra una strada in leggera salita, che si diparte dalla principale sterrata, conduce al parcheggio attrezzato dell’area archeologica, da dove inizia la visita.

Il centro fortificato di Ghiaccio Forte, di cui non si conosce il nome antico, fu fondato nel IV secolo nei pressi del confine nord del territorio di Vulci, in posizione strategica sul versante destro della valle dell’Albegna.
Contemporaneamente vennero fondati o potenziati centri preesistenti nello stesso territorio (quali ad esempio Talamone, Saturnia e forse Orbetello). Queste fortezze segnalano una situazione generalizzata di pericolo, avvertita nelle città etrushe meridionali, che avevano perso il controllo del mare e si accingevano a contrastare la conquista romana. L’area, frequentata sporadicamente nell’età del Bronzo Finale, era occupata in precedenza solo da un santuario rurale di età arcaica. La distruzione di Ghiaccio Forte fu opera dell’esercito romano che nel 280 a.C. conquistò Vulci e ne devastò il territorio.

Appena all’interno si ha la percezione della linea delle mura (perimetro 1 Km circa) che correvano lungo il ciglio pianoro. Le mura avevano uno spessore alla base di circa 4 m ed erano costruite con uno zoccolo di ciottoli e un elevato di mattoni crudi o argilla pressata. Deviando sulla sinistra si raggiunge la Porta Sud-Est, che si apriva nel tratto più alto del circuito murario. La struttura, come le altre porte finora scavate, è piuttosto complessa: è costruita con blocchi regolari e delimita una superficie lastricata a fianco della quale scorre una canaletta per il deflusso delle acque piovane fuori della cinta; due porte chiudevano probabilmente il tratto lastricato della strada che proseguiva con un semplice acciottolato all’interno dell’abitato. Scendendo nella sella tra le due colline si raggiunge un grande complesso abitativo, con numerosi ambienti che si affacciano su una grande corte scoperta.
Risalendo poi sulla collina occidentale, dove probabilmente si trovava un luogo di culto (da qui infatti provengono gli ex voto esposti nel Museo Archeologico di Scansano) si raggiunge la Porta Nord-ovest, architettonicamente analoga all’altra, dalla quale si gode una bella vista sulla bassa valle dell’Albegna e sul mare.

Villa romana di Aia Nova
Da Scansano si imbocca la strada che conduce a Magliano (S.S. 323) e dopo circa 2,5 Km di devia a sinistra per una strada sterrata, in discesa. Dopo circa 3,5 Km si raggiunge il Podere Aia Nova, da dove, lasciando l’auto, è possibile proseguire in direzione dei resti della villa romana seguendo una strada campestre che scende a destra del podere, verso sud-ovest. Percorsi circa 500 m in discesa, sulla sinistra si apre un campo dove un grande pero secolare segnala i resti della villa.
Uno dei segni più evidenti dell’avvenuta romanizzazione dei territori conquistati dai Romani è la comparsa delle ville, complessi architettonici elaborati al centro di proprietà agricole. Nel territorio di Cosa il fenomeno testimonia la presenza di proprietari che erano membri dell’aristocrazia senatoria della capitale, mentre nei territori di Heba e Saturnia, almeno nelle prime fasi della vita delle colonie le proprietà più grandi sembrano riferibili alla classe dirigente locale o anche, soprattutto nel caso di Saturnia, a personaggi eminenti di origine etrusca a cui sarebbe stato concesso di conservare i propri fondi agricoli. Il proprietario della villa di Aia Nova, al più nota delle ville romane del territorio di Scansano, costruita intorno alla metà del I secolo a.C., era invece probabilmente un veterano a cui fu assegnata una proprietà agricola per meriti militari al momento del congedo. La comparsa di veterani nel territorio di Heba si inserisce in un vasto fenomeno che rinnova la fisionomia di molti paesaggi agrari italiani con Silla e poi soprattutto con Cesare e Ottaviano Augusto. Il proprietario della villa, in base al nome presente su un tipo di bollo di mattone rinvenuto, potrebbe essere un certo Publius Anilius, la cui famiglia è testimoniata anche altrove in Toscana e nel Lazio. Il sito della villa, già da tempo abbandonato, fu riutilizzato in modo precario come abitazione nel periodo tardoimperiale.

La villa sorge su una colina nei pressi del podere Aia Nova e occupa un’ampia terrazza artificiale sostenuta verso est da un criptoportico che poteva accogliere magazzini e strutture produttive. Il complesso degli edifici doveva essere piuttosto esteso, a giudicare da esempi analoghi e dall’impegno architettonico del settore scavato. Centro della parte padronale (pars urbana) era l’atrio con quattro colonne su cui si affacciavano vari ambienti, tra i quali una sala per banchetti (triclinium), alcune camere da letto (cubicula), e una sala di rappresentanza (oecus). Il proprietario, con la sua famiglia, disponeva anche di un impianto termale di ci sono stati identificati alcuni ambienti.
La pars urbana era decorata con elaborati pavimenti e pitture murali. Alcune sale, fra cui il triclinium, conservano un pavimento di cocciopesto di tradizione repubblicana, in cui spiccano schemi decorativi geometrici realizzati con tessere di marmo bianco, oppure sono disposte liberamente lastrine di marmi e pietre colorate.
I pavimenti, per esigenze di conservazione, sono coperti e quindi non visibili sul sito della villa. Nel Museo Archeologico di Scansano sono però riproposte alcune ricostruzioni parziali e immagini che danno un’idea dell’eleganza di quelle antiche stanze.

Montorgiali
Si raggiunge dalla località Bivio Montorgiali, sulla S.S. 322 Grosseto-Manciano, a circa 19 Km da Grosseto.

Il piccolo castello di Montorgiali è documentato almeno a partire dal XII secolo. Nel XIII secolo era dominato da una famiglia signorile locale, alleata con i signori del cotone e con Siena. Alla fine del secolo si registra il primo atto di sottomissione a Siena che alla fine del XIV acquisì contemporaneamente Montorgiali, Cotone e Montepò. Si attraversa il borgo lungo via del Corso e si raggiunge piazza del Mercato. Via della Chiesa, in salita, porta alla chiesa di San Biagio, profondamente ristrutturata nel 1744.
Dalla chiesa proviene uno stendardo dipinto da Alessandro Casolani (Mensano 1552-Siena 1606), con i Santi Giorgio e Rocco sul diritto e una Madonna con Bambino e Santi sul rovescio. Attualmente l’opera è conservata, per motivi di sicurezza, nel Museo Diocesano di Pitigliano. Restano nella chiesa due tele del XVII secolo che rappresentano la Nascita della Vergine e una Natività con i santi in preghiera.
Proseguendo per via della Chiesa si giunge alla porta del castello ad arco rotondo. Sul lato destro della porta è un robusto edificio in cui va identificato probabilmente un cassero-palazzo signorile. Sulla facciata verso l’esterno alcune mensole sono riferibili a un apparato difensivo a piombatoio.
Sulla parete a destra entrando sono visibili feritoie. All’interno una strada a destra costeggia i resti delle mura. In fondo a destra sono i resti di una torre molto rimaneggiata. Tornando su via del Corso e proseguendo in basso, sotto il castello, si imbocca via delle Rovine che conduce a un passaggio coperto, forse una porta aperta verso valle, nella parte più bassa della cinta muraria.

Poco fuori dell’abitato di Montorgiali si trova il Santuario di San Giorgio in onore del quale si celebra ogni anni una solenne festa il 23 aprile. L’origine del complesso non è certa. Una pieve di San Giorgio è citata del XIII secolo, ma solo nel Seicento si hanno notizie riferibili con sicurezza al santuario.

Castelli di Montepò e Cotone
Proseguendo in direzione di Scansano sulla S.S. 322, una deviazione a sinistra (S.P. 39 di Polveraia, circa 4 Km dopo Bivio Montorgiali) conduce ai castelli di Montepò e di Cotone. La S.P. 39 va seguita per 3 Km, poi si gira a destra per una strada bianca. A 2 Km è Montepò.
Si tratta di un’imponente villa fortificata con cinta muraria rettangolare, basamento a scarpa e torri angolari, interamente costruita in pietra. Potrebbe corrispondere a un altrimenti ignoto castello di Montepaone, citato nel XII secolo. Nel XIV secolo era sotto il dominio dei signori di Cotone, mentre nel XV secolo entrò a far parte del territorio senese. L’aspetto generale esterno dell’edificio è però in gran parte riferibile alla fase rinascimentale. Montepò è chiuso al pubblico perché è di proprietà privata. Un cancello impedisce in genere di avvicinarsi alle mura: la vista migliore, che consente comunque di valutare l’imponenza e l’unicità di questo monumento nel contesto territoriale maremmano, resta quindi quella dalla strada.
Proseguendo la strada sterrata oltre Montepò dopo circa 2,5 Km si gira a destra e, dopo 500 m si inizia un percorso a piedi che in 15.20 minuti conduce ai ruderi del castello di Cotone, sulla cima della collina.
Il Cotone fu un castello esteso e di una certa importanza, documentato a partire dal XII secolo. Fu dominato nel XIV secolo dalla famiglia senese Maggi del Cotone, legati ai signori di Montorgiali. Si trattava di gruppi signorili locali che agivano in accordo con Siena, contrapponendosi agli Aldobrandeschi. A fine XIV secolo i signori del Cotone vendettero la giurisdizione del castello a Siena. Il castello fu investito nel 1385 dal conflitto fra l’esercito di Siena e le truppe del ribelle senese Spinello Tolomei. Nonostante le devastazioni, il castello restò una comunità rurale abbastanza vivace almeno fino a tutto il ’600. gli ultimi abitanti lo avrebbero abbandonato intorno alla metà del ’700 per trasferirsi nel villaggio di Polveraia.

Sulla cima della collina i possono riconoscere le tracce della cinta muraria, delle tre porte e la localizzazione del cassero nella parte più alta all’estremità ovest.